martedì 17 giugno 2014

L'estate nel piatto: melone, feta, rucola e olio profumato alla menta.

Appena un assaggio d'estate e subito è tornato il maltempo. Non che mi dispiaccia, io non amo le alte temperature e trovo terribilmente affascinanti le giornate uggiose, quando le nuvole nere che coprono il sole danno un'aria soffusa a tutti i colori come se non ci  si fosse mai svegliati e si fosse ancora dentro una di quelle immagini che ti passano davanti agli occhi quando stai per addormentarti o poco prima di svegliarti; non proprio un sogno, i sogni hanno i colori caldi del tramonto e gli incubi invece sembrano dei fumetti in bianco e nero con il rosso come unica eccezione colorata, almeno i miei.

Fatto sta che quando il cielo è coperto, soprattutto di prima mattina, il mondo sembra quasi monocromaticamente sfumato nelle tinte del ciano e questa malinconia di fondo mi piace perché rende tutto più poetico.

L'estate intanto me la metto nel piatto.

INSALATA DI MELONE ESTIVO, FETA GRECA E RUCOLA CON OLIO EVO PROFUMATO ALLA MENTA



Ingredienti:

  • Melone retato; 
  • Feta greca; 
  • Foglie di rucola; 
  • Foglie di menta fresca;
  • Olio evo;
  • Sale.
Eliminate i semi e la buccia dal melone, con un cucchiaio da gelato, di quelli per fare le palline per intenderci, ricavate tante palline e disponetene una fila su un piatto da portata; accanto a questa disponete una fila di fettine di feta tagliate piuttosto spesse e poi alternate un'altra fila di melone.
Con il mixer, frullate le foglioline di menta con abbondante olio evo e riponetene una piccola porzione in un vasetto e ponete anch'esso sul piatto; accanto a questo mettete qualche foglia di rucola e servite lasciando ai commensali la libertà di condire il tutto a piacimento. 



Io ho suggerito una presentazione personale del piatto che trovo molto elegante, sta a voi decidere se e come riadattarla!


mercoledì 4 giugno 2014

Mosche bianche, farina di segale e crostata ai lamponi

Mi sento bene. Posso dirlo a voce alta, nonstante il male alle caviglie e i piedi gonfi.
Mi sento bene, proprio perchè nonostante tutta la cattiveria a cui il mondo ti abitua, sembra sempre che si diverta a sorprenderti: esistono ancora persone autentiche, capaci di grande umiltà e rispetto.
Persone che vivono credendo in valori antichi, persi ormai nel tempo, troppo spesso dimenticati; persone forti, capaci di mostrare gratitudine e comprensione, in grado di ricordarti quanto di buono c'è in te anche solo con un sorriso.
Mosche bianche che essendo quello che sono ti ricordano chi sei, spingendoti con la loro presenza a non omologarti, a non essere come la maggioranza perchè le mosche nere sono le più numerose si sa, ma quelle mosche girano solo intorno agli escrementi.

Crostata di farina integrale con farina di segale e marmellata di lamponi:



Ingredienti:

400 g di farina integrale;
100 g di farina di segale;
150 g di burro;
2 tuorli e 4 uova intere;
100 g di zucchero di canna grezzo;
350 g di marmellata di lamponi;
una manciata di lamponi disidratati.

Preparazione:

Setacciate le due farine con lo zucchero e disponetele sul piano di lavoro formando la classica fontana; al centro disponete il burro ammorbidito e tagliato a dadini, e cominciate ad impastare sfregando il burro e la farina con le dita di entrambe le mani; quando otterrete un impasto molto farinoso unite i tuorli e le uova uno per volta, avendo cura di incorporare la precedente prima di aggiungere la successiva. Impastate fino ad ottenere un impasto liscio, omegeneo ed elastico poi formate con questo una palle, copritela con un foglio di pellicola e mettetela a riposare in frigo per 30 minuti.

Trascorso il tempo necessario, riprendete l'impasto e ricominciate a lavorarlo velocemente con le mani sul piano di lavoro leggermente infarinato; poi stendete l'impasto con un mattarello ottenendo una sfoglia non troppo sottile. Imburrate una teglia per crostate ed infarinatela, metteteci l'impasto e fatele aderire alle pareti con le mani.

Versate la marmellata al centro dell'impasto e stendetela livellando la superficie con una spatola, poi diponete i lamponi disidratati precedentemente ammorbiditi in acqua tiepida.

Cucete la crostata in forno caldo a 180 gradi per circa 20 minuti, sfornatela e lasciatela raffreddare su una gratella; una volta fredda, spolverizzatela con dello zucchero a velo.


sabato 17 maggio 2014

Questo è un buon giorno.

Le nubi si accumulano in cielo, accalcandosi come persone in fila all'ingresso di uno stadio, nascondono la palla rossa del sole che nonostante tutto, riscalda l'aria che odora di maggio.
Ne prendo una generosa boccata, fresca mi riempie i polmoni, mi sembra che arrivi piano fino alla punta delle mie dita; dalla finestra arriva un suono lontano, una fisarmonica, una canzone d'amore senza tempo piena di una passione capace di esistere solo nella fantasia. ..." Besame, besame mucho..".
Il ribollire della moka richiama l'attenzione e l'aroma familiare del caffè inonda la stanza che di improvviso sembra il posto più sicuro del mondo.

"Buongiorno a tutti " dico a voce alta come se il mondo potesse sentirmi ed oltre la malinconia, il dolore e la noia, nell'attimo stesso in cui lo dico, un brivido percorrendo la schiena mi regala un briciolo di serenità.

Half past six cake:

  • 250g Ricotta;
  • 300g Zucchero;
  • 1 Tavoletta di cioccolato alla gianduia;
  • Nocciole tritate;
  • Farina q.b.
  • 1 Bustina di lievito vanigliato;
  • 2 Uova.

Lavorate la ricotta con lo zucchero fino ad ottenere una consistenza cremosa. Fondete la tavoletta di cioccolato a bagnomaria ed aggiungetela al composto di ricotta e zucchero ed amalgamando bene. Unite poi i due tuorli e montate a neve ferma gli albumi con un pizzico di sale. Unite il lievito e mescolate bene, poi unite le nocciole tritate. Amalgamate gli albumi al resto mescolando dal basso verso l'alto perchè non si smontino. Solo in ultimo tanta farina quanto basta per ottenere un composto omogeneo e fluido.
Ungete uno stampo ( o foderatelo con carta da forno) e versateci il composto livellandone bene la superficie.
Mettetelo in forno già caldo a 180 gradi per almeno 40 minuti. Fate la prova dello stecchino per verificare la cottura.

Con questa ricetta partecipo al contest "Un anno di colazioni: il Plumcake" di Letizia in Cucina in collaborazione con FIMOra;

E' una ricetta che ho già preparato ma che voglio riproporre in occasione di questo contest. 







mercoledì 7 maggio 2014

C'era una volta la primavera, il canto degli uccellini e l'insalata di cereali con fave e pecorino.

Cosa fa più primavera del cinguettio degli uccellini?! Piove, fa relativamente freddo e le giornate sono sempre cupe, ma loro imperterriti cantano, cantano e cantano ricordandomi che la primavera dovrebbe essere inoltrata.
Li sento la mattina quando, appena sveglia, apro la finestra della mia camera; li sento mentre salgo in macchina per andare a lavoro e la sera quando riprendo il mezzo per tornarmene a casa. Il loro armonioso cinguettio accompagna le mie giornate come se fossi una moderna ( sgraziata e poco femminile) Biancaneve metropolitana. 

Se io fossi una persona normale, nella musicalità del canto di quei graziosi pennuti dovrei trovare un lieto messaggio a tratti poetico, come se fosse una sorta di colonna sonora antidepressiva rimando della bella stagione incombente; un'iniezione di positività gratuita che dovrebbe farmi sentire come dentro una favola. 
Ma no, io non sono normale, e in questo caso i miei studi universitari contribuiscono a rovinare l'atmosfera a tinte pastello che ho appena dipinto: ogni volta che li sento non posso far a meno di pensare che in realtà gli amabili uccellini con il melodioso canto non stanno facendo altro che insultarsi!

Ecco che il veleno della mela si irradia a raggera su tutta la realtà che mi circonda riconsegnandomi la cruda e nera realtà così com'è: la musica naturale dei piccoli esseri alati che da secoli ispira musicisti e poeti non è altro che un minaccioso canto di battaglia. 

Immagino il passerotto dell'albero a sinistra che grida verso il dirimpettaio: "Hei tu, vedi di non avvicinarti al mio albero che ti spezzo le ali!" e l'altro indispettito rispondergli: "Vai tranquillo, un nido vecchio e lercio come il tuo puoi pure tenertelo, lurido pezzente!" 

Oppure il cardellino che atteggiandosi come un cafone palestrato di quelli che vanno di moda adesso cerca di conquistare la sua bella gonfiando il petto e dicendole: "Tu piccola, guarda che qui intorno un uccello prestante come me non lo trovi sicuro: guarda che muscoli!" (chiunque è libero di vedere doppi sensi in questa affermazione).

Immagino il pettirosso che avendo individuato un succulento insetto e temendo che qualche altro pennuto possa arrivare prima di lui e rubargli il pranzo, planando verso la preda grida come un ossesso: "E' mio! E' mio! E' mio! Che nessuno si azzardi a toccarlo maledetti morti di fame!"

Ecco che così mentre la mia giornata scorre monotona spariscono i gentili sette nani, crolla la casetta in mezzo al bosco e si fa strada la consapevolezza che nessun principe figaccione cercherà di risvegliarmi quando l'incantesimo del sonno mi costringerà in una magnifica bara di cristallo adornata di fiori perenni. 
Ecco che mi ritrovo alla guida della mia macchina, ferma al semaforo che rido sola come una scema allietata da quella violenta pioggia di insulti che riempie l'aria di armoniosi cinguettii.

Insalata di cereali con fave, pecorino e mentuccia:



  • cereali misti (orzo, riso e farro);
  • pecorino fresco;
  • fave;
  • foglie di mentuccia fresca;
  • olio evo;
  • sale.
Lessate le fave, dopo averle sbucciate per il tempo necessario affinchè diventino morbide; scolatele e mettetele da parte. Cuocete i cereali (io preferisco comprare quelli prelessati che hanno un tempo di cottura minimo di modo da non dover metterli a bagno per ammorbidirli) in acqua salata, poi scolate anche questi e passateli sotto il getto di acqua ghiacciata così da preservarne la cottura che deve essere al dente. 
Tagliate il pecorino a dadini e metteteli in una capiente ciotola da insalata, aggiungete le fogliette di mentuccia finemente tritate, le fave e i cereali freddi; condite con olio evo, aggiustate di sale e mescolate amalgamando bene il tutto. 

lunedì 28 aprile 2014

Tortine di carote al profumo di arancia e nient'altro da dire.

Ho come un blocco. Vorrei scrivere tanto, parlare di tutto, ma quando mi trovo davanti alla tastiera: il buoio!
E poi è strano per me, sono una di quelle persone che un qualcosa da dire lo trovano sempre , difficilmente non ho una storia da raccontare, eppure adesso....niente!

Quindi essendo questo un blog di cucina, lascerò che siano i piatti che ho preparato a parlare per me, almeno fino a quando non si riprenda la mia capacità di scrittura.

Tortine di carote al profumo di arancia. 







mercoledì 2 aprile 2014

Christopher l' inglese e l' insalata di polpo con peperoni.

Ho sognato di conoscere un inglese di nome Christopher,capelli biondi, corti, ricci e occhi chiari, davvero intensi; ho sognato di innamorarmi di lui durante una battaglia aerea sopra i cieli di Roma nei pressi di quello che mi sembrava Largo Argentina, illuminato da una pioggia di scintille infuocate, mentre mio fratello sedeva da solo al tavolo di un ristorante ma in uno di quei seggiolini per bambini che si appendono direttamente al tavolo, con le gambe penzoloni nonostante sia alto più di un metro e ottanta. E mio padre mi gridava contro perché il mio neonato amore mi aveva fatto ritardare un appuntamento che in realtà non ricordavo di aver preso, mentre mia madre in un improbabile abito da danzatrice del ventre di un turchese accesissimo cercava invano di calmarlo tenendo per mano mia sorella che, tornata bambina, stringeva a sé la sua bambola preferita, la rediviva Priscilla. In questo marasma generale, Christopher dimostrava di corrispondermi donandomi un anello maschile, di quei patacconi d'oro con la cassa quadrata e un brillantino blu come i suoi occhi in un angolo, insieme ad una borsa dal motivo floreale che va tanto di moda quest'anno. Questa borsa era piena di cose sue e, nel mio sogno, morivo dalla voglia di capire chi fosse quest'uomo attraverso le sue cose così da comprendere come fosse possibile che mi avesse causato un tale scompiglio interiore con un solo sguardo; a quel punto, una voce fuori campo mi distraeva dal mio intento riportandomi piano piano alla realtà della mia vita con una nuova consapevolezza: a quasi trentanni i peperoni diventano indigeribili per tutti, anche se prima di cuocerli ti prendi il disturbo di spellarli.

INSALATA DI POLPO CON PEPERONI ARROSTO AL FORNO, POMODORINI E OLIVE NERE.

  • 1 polpo da 1 kg;
  • 2 peperoni rossi;
  • 10 pomodorini pachino:
  • 10 olive nere denocciolate;
  • 1 spicchio d'aglio;
  • prezzemolo tritato;
  • succo di limone;
  • olio evo; 
  • sale.
Per lessare il polpo, fatevi eliminare gli occhi e il "becco" dal pescivendolo, poi chiudetelo in un sacchetto da freezer e sbattetelo energicamente di modo da frollare bene la carne cosicché si mantenga tenera; portate ad ebollizione l'acqua in una pentola capiente e, se l'avete, immergeteci un tappo di sughero. Quando l'acqua giungerà a bollore, prendete il polpo per la testa e cominciate ad immergerlo piano piano e lasciare che si arriccino i tentacoli; fatto questo immergete totalmente il polpo e lasciatelo bollire coperto per almeno 40 minuti ( se avete preso un animale più grande oppure più piccolo, considerate che deve cuocere 40 minuti a kilo; testatene comunque la cottura verificandone la tenerezza punzecchiandolo con una forchetta).
Nel frattempo arrostite i peperoni ponendole interi su una teglia ed infornandoli a 180 gradi per 30 minuti e girandoli a metà cottura: la buccia dovrà diventare a chiazze nere).Trascorso il tempo necessario, sfornateli e ponete ogni peperone ancora caldo in un sacchetto da freezer e lasciatelo "sudare" per 15 minuti, questo renderà facilissimo eliminare la pelle; estraete i peperoni, tagliateli in quattro parti, eliminate la pelle poi i semi e i fili bianchi all'interno ed infine tagliateli a listarelle. Scolate il polpo, passatelo sotto il getto di acqua fredda e poi tagliatelo a pezzetti. In un'insalatiera, unite il polpo alle listarelle di peperoni, ai pomodorini tagliati in quattro parti, alle olive nere e all'aglio precedentemente pelato e tritato. Condite il tutto con il succo di un limone, un filo d'olio evo e sale quanto basta, aggiungete il prezzemolo fresco tritato e mescolate amalgamando bene il tutto. 

Con questa ricetta partecipo al contest Smiling Diet di Justhermione:




martedì 1 aprile 2014

Crema di rape con calamari e seppie ripiene di uvetta e pinoli, per una " Cucina in viola"

Riposto questa ricetta per partecipare al contest di "lastufaeconomica", " La cucina in viola".

CREMA DI RAPE ROSSE CON CALAMARI E SEPPIE RIPIENE DI UVETTA E PINOLI:






Per 2 persone:


  • 2 seppioline pulite;
  • 1 manciata di anelli di calamari;
  • 500 g di rape rosse lesse;
  • 1 cucchiaio di uvetta;
  • 1 cucchiaio di pinoli;
  • 1 scalogno tritato;                         
  • 1 l di brodo delicato;
  • Olio evo;
  • Sale;
  • Pepe;
  • Prezzemolo tritato.

Fate appassire lo scalogno in un cucchiaio d'olio. Tagliate le rape a fettine, tenetene qualcuna da parte; unite il resto allo scalogno e fate rosolare un po'. Aggiungete il brodo caldo e lasciate bollire per circa 40 minuti.
Intanto sciacquate le seppioline e gli anelli sotto acqua fredda e mettete in ammollo l'uvetta. In un pentolino antiaderente fate tostare i pinoli, toglieteli dal fuoco e nella stessa padella scaldate un po' d'olio, uniteci le fettine di rapa tenute da parte e fatele rosolare per qualche minuto. Scolate l'uvetta, mescolatela con i pinoli ed un po' di prezzemolo tritato e con questo composto farcite le seppioline chiudendole con uno stuzzicadenti.
Fate rosolare le seppie e i calamari insieme alle fettine di rapa, sfumate col vino bianco, aggiungete un mestolo di brodo e procedete sino a cottura con la pentola coperta.
Trascorsi i 40 minuti, passate il brodo con le rape al frullatore fino ad ottenere una crema densa; aggiustate di sale e pepe.
Cotte le seppie e i calamari salateli e pepateli  secondo i vostri gusti e serviteli adagiati sulla crema di rapa con una spolverata di prezzemolo.

Il contest a cui partecipo con questa ricetta è quello di "lastufaeconomica", " La cucina in viola":


Gnocchi alla romana a modo mio, uno dei miei "Piatti forti".

Riposto questa mia ricetta ispirata dall'idea di una collega blogger che ha proposto un contest davvero molto interessante in cui i partecipanti sono chiamati a preparare il loro piatto forte; per questo ho deciso di parteciparvi con una mia ricetta, personale omaggio alle mie origini laziali, nel pieno rispetto della reperibilità degli ingredienti e della loro territorialità.

GNOCCHI ALLA ROMANA ALLA MIA MANIERA:




  • 100 g di burro;
  • 1 l di latte;
  • 2 tuorli;
  • 300 g di semolino;
  • 4 pomodori maturi;
  • 10 olive nere;
  • 3 cucchiai olio;
  • 1 spicchio d'aglio tritato;
  • 1/2 cipolla tritata;
  • peperoncino in polvere;
  • pangrattato;
  • origano;
  • sale.


Preparate gli gnocchi: portate ad ebollizione il latte insieme al burro e un pizzico di sale. A bollore gettate il semolino a pioggia mescolando con una frusta evitando che si formino grumi. Fate addensare per qualche minuto. Togliete dal fuoco e aggiungete i due tuorli. Ungete una teglia e versateci il composto livellandone la superficie. Una volta raffreddato ricavate da esso dei dischi con un bicchiere e metteteli da parte su una teglia precedentemente unta.
Preparate il sugo: Sbollentate i pomodori in acqua bollente per qualche minuto così da pelarli con facilità. Riduceteli a dadini. Soffriggete l'aglio e la cipolla in un filo d'olio per qualche minuto. Aggiungete i pomodori, salate, pepate, speziate con origano e lasciate cuocere a fuoco lento per circa 10 minuti ( il sugo non deve essere troppo acquoso). Trascorso questo tempo aggiungete le olive denocciolate tagliate a metà e il peperoncino a vostro piacimento. Lasciate andare la cottura per qualche minuto mescolando di modo che il tutto risulti amalgamato. Quando il sugo si è ritirato (non troppo) togliete dal fuoco e lasciate intiepidire.
Versate il sugo sul fondo della teglia rivestita con carta da forno.Disponete sopra gli gnocchi a strati alternati (vedere la foto). Spolverizzate con il pangrattato sopra tutti gli gnocchi. irrorate con 2 cucchiai d'olio. Mettete in forno preriscaldato a 200 gradi per circa 30 minuti. Poi abbassate la temperatura a 180 gradi e passateli sotto il grill fino a doratura.

Con questa ricetta partecipo al contest di Cucina Scacciapensieri "Il mio piatto forte”:



Pensiero per un'amica: torta soffice al cioccolato al latte.

Per me la scrittura è terapeutica, non riesco a sottrarmi dal farlo; molto spesso le parole mi si affollano in testa come anziani in fila alle poste il giorno delle pensioni e pressano a tal punto le mie meningi che l'unica soluzione per evitare che mi facciano male è tirarle fuori. Succede più spesso quando un qualche avvenimento inaspettato mette in discussione i pochi punti fermi che caratterizzano la mia vita e badate bene che non sto parlando necessariamente di traumi o accadimenti negativi, mi basta a volte assistere ad una qualsiasi scena di vita comune in un qualsivoglia luogo pubblico per cominciare a macinare costrutti di pensieri eccessivamente elaborati per la situazione stessa.

E' un po' troppo complicato per me esprimere quello che mi frulla in testa parlandone apertamente, soprattutto se l'origine delle mie elucubrazioni è una persona a cui tengo in particolare; anche se poi, chi mi conosce può confermarlo, non sono assolutamente in grado di tacere quello che penso quindi, quando i vecchietti in fila alle poste cominciano a lamentarsi per i lunghi tempi d'attesa del mio cervello, o scrivo o cucino o faccio entrambi.

Quello che voglio dire è che per quanto mi riguarda meriti di vedere l'alba pallida dei cieli del nord e di assistere ai freddi tramonti sulle verdi colline scozzesi, meriti di confrontarti con le menti degli accademici e meriti di farlo in una lingua universale; meriti di diventare qualcuno, perché il mondo possa conoscere quanto di eccelso c'è nella tua mente e meriti di arrivare ovunque tu voglia perché basterebbe che ogni persona fosse dotata della tua appassionante determinazione perché il mondo funzionasse nella maniera corretta.  Meriti tutta la stima che nutro nei tuoi confronti e meriti anche più della mia ammirazione.


"Non sarai mai sola al mondo, a meno che io non vada ad abitare sulla luna."



TORTA SOFFICE AL CIOCCOLATO AL LATTE.



  • 5 uova;
  • 100 g di zucchero;
  • 50 g di farina 00;
  • 150 g di burro;
  • 300 g di cioccolata al latte.







In un pentolino, fate sciogliere il cioccolato con il burro a bagno maria. Montate i tuorli con lo zucchero per lungo tempo di modo che incorporino molta aria; unite a poco a poco la farina avendo cura di evitare la formazione di grumi e che il composto si smonti. Aggiungete poi il composto di cioccolata e burro che avrete lasciato intiepidire, ed incorporatela completamente.
Montate gli albumi a neve ben ferma ed uniteli all'impasto mescolando con un cucchiaio di legno dal basso verso l'alto. Cuocete in forno preriscaldato a 180 g per circa 30 minuti.

martedì 18 marzo 2014

Cake integrale con yogurt e noci. Dedicato a te.


"Ai suonatori un po' sballati,
ai balordi come me,
a chi non sono mai piaciuta, 
a chi non ho incontrato, 
chissà mai perché;
ai dimenticati 
ai playboy finiti 
e anche per me. 
A chi si guarda nello specchio, 
e da tempo non si vede più, 
a chi non ha uno specchio, 
e comunque non per questo non ce la fa più; 
a chi a ha lavorato, 
a chi è stato troppo solo, 
e va sempre più giù. 
A chi ha cercato la maniera, 
e non l'ha trovata mai, 
alla faccia che ho stasera, 
dedicato a chi ha paura, 
e a chi sta nei guai; 
dedicato ai cattivi, 
che poi così cattivi non sono mai. 
Per chi ti vuole una volta sola, 
e poi non ti cerca più, 
dedicato a che capisce quando il gioco finisce 
e non si butta giù; 
ai miei pensieri, 
a come ero ieri, 
e anche per te. 
E questo schifo di canzone non può mica finire qui 
ai miei pensieri 
a com'ero ieri e anche per te."


Dedicato - Loredana Bertè


CAKE INTEGRALE CON YOGURT E NOCI.






  • 250 g di farina 00;
  • 250 g di yogurt magro bianco;
  • 3 uova;
  • 100 ml di olio evo;
  • 50 g di granella di noci;
  • 1 bustina di lievito per dolci;
  • 1 bustina di vanillina;
  • 150 g di zucchero di canna semolato.
Separare i tuorli dagli albumi e montare i primi con lo zucchero e i secondi a neve ben ferma; unire lo yogurt al composto di tuorli e zucchero, incorporarlo completamente e poi aggiungere l'olio ed amalgamare il tutto. Unire la farina setacciata con il lievito facendo attenzione che non si creino grumi,poi la granella di noci e la vanillina mescolando accuratamente affinché il tutto risulti omogeneo. Versare l'impasto in uno stampo da plumcake precedentemente unto ed infornare in forno preriscaldato a 180 gradi per almeno 40 minuti. 


giovedì 13 marzo 2014

I cantucci salati alle arachidi e l'innocente sacrificabile.

Questa ve la devo proprio raccontare!

Io dal parrucchiere non ci vado mai data la mia scarsa fiducia nel genere umano e la mia mancanza di femminilità, preferisco il fai da te per quel che concerne la sommaria cura dell'estetica personale. L'unica parrucchiera a cui affido il taglio dei miei capelli risiede a 500 km da me, fatto che contribuisce ad abbassare drasticamente la frequenza con cui mi reco in parrucchieria.

Per le situazioni di emergenza, come cerimonie, feste ed affini, sono costretta a recarmi in un negozio che si trova vicino casa mia e circa un anno fa, andai lì per una tinta; venne fuori, al momento della messa in piega, che la mia capigliatura somigliasse al manto di un ghepardo tanto che furono costretti ad applicare una tintura più scura per rimediare all'errore della ragazza che aveva operato su di me la prima volta. Ovvio che può succedere, per questo non polemizzai e li lascia fare; al momento del pagamento però mi vennero addebitate entrambe le operazioni di tinta adducendo come scusa il fatto che probabilmente io avessi applicato sui miei capelli un qualche prodotto che avesse impedito al colore di risultare omogeneo la prima volta e che quindi la causa di quell'errore non fosse l'incompetenza del personale, bensì la mia.

Pagai solo per non sembrare una pezzente, ma stavolta non lesinai dal polemizzare non tanto per il conto, come al solito non proprio economico, quanto più per una questione di principio. Una volta uscita da lì decisi che non ci avrei mai più messo piede e così feci per un anno.

L'altro giorno però guardandomi nello specchietto retrovisore della mia auto, ho notato che una serie di ciuffi di capelli bianchi avevano cominciato a colonizzare la mia cute e presa dal panico ho deciso di concedere al suddetto parrucchiere una seconda possibilità (essendo questo anche il parrucchiere di fiducia di mia madre).
Così sono andata di venerdì, giornata di fuoco per le attività come queste, e mi sono ritrovata in mezzo ad un folto numero di donne in attesa del proprio turno: a lavorare solo in cinque, titolare compreso; tra di loro anche una ragazza di sedici anni alle prime armi, assunta da poco e quindi ignara dei miei precedenti.

La sorte, che si sa è una gran burlona, ha voluto che, arrivato il momento di stendermi la tintura, l'unica operaia libera fosse quella che un anno fa aveva fatto della mia capigliatura un manto di leopardo; presa dal panico la poverina, ha cominciato a temporeggiare nella speranza che una sua collega giungesse in suo aiuto, armeggiando senza logica con gli oggetti sparsi nel negozio.
A quel punto la sedicenne, per mostrarsi efficiente come è giusto che sia, ha deciso di spronare la collega chiamandola per nome e aggiungendo:

-" Metti la tinta alla ragazza se sei libera!"

A quel punto non potendo più far finta di niente e credendo che non la vedessi ( forse in un momento di amnesia fulminante, dato che il negozio è praticamente ricoperto da specchi che consentono la visuale a 360 gradi da ogni postazione) l'operaia con un cenno basso della mano ha fatto segno alla ragazzina di attendere e con gli occhi sbarrati è andata dalla sua collega più anziana e le ha sussurrato qualcosa all'orecchio. Questa con un tono di voce un po' più sostenuto, le ha risposto:

-" Ma lascia che lo faccia qualcun'altro! Che sta facendo (nome della sedicenne) ?"

La donna ormai completamente disorientata anche dal fatto che la collega più anziana avesse parlato ad un volume di voce da me udibile, ha cercato di cavarsela con una battuta di dubbio gusto:

-" Che ne so, mi ha detto di farlo a me, anche le più piccole adesso danno gli ordini!"

E la povera ragazzina, presa ad armeggiare con i capelli di una donna al lavatesta:

-" Devo finire di lavare qui e poi devo anche stendere la maschera alla signora!"

A quel punto l'operaia che non voleva assolutamente mettermi le mani in testa, aveva gli occhi di un micio quando vengono illuminati dai fari di una macchina e non riusciva ad elaborare prontamente una risposta efficace alla giusta obiezione della piccola collega; dopo un silenzio imbarazzante di quelli carichi di ansia, l'anziana, presa da un istinto di protezione e sfruttando il suo potere di capo gruppo, ha ribattuto rivolta alla collega:

-"  Metti tu la maschera alla signora che sei più veloce e ci metti cinque minuti! (nome della sedicenne) tu vai a mettere la tinta a Martina"

La ragazzina con la faccia perplessa a quel punto non ha potuto disobbedire all'ordine della superiore e una volta cominciato a stendere la tinta sulla mia testa ha espresso la sua perplessità dicendomi:

-" Mi hanno detto di fare a me perché vogliono vedere come metto la tinta, scusaci se ti abbiamo fatto aspettare!"

Ecco qua che la storia si ripete, che i grandi temi filosofici tornano a ripresentarsi nella mia mente difronte ad un accadimento banale e superficiale: la vigliacca spalleggiata dalla collega ha preferito mandare alla forca la collega più giovane e all'oscuro dei precedenti così da non correre il rischio di sbagliare di nuovo.

L'innocente è sacrificabile, esattamente come l'agnello dei libri sacri, meglio che paghi il debole gli errori degli anziani, piuttosto che loro ammettano la loro inadeguatezza e la loro incapacità. Fa parte della natura umana: se la ragazzina avesse sbagliato la tinta tutte e due le astute colleghe anziane, sicuramente non avrebbero lesinato dal criticarla trovando l'approvazione del titolare che, a causa dell'inesperienza della giovane, non avrebbe dubitato della buona fede delle sue dipendenti.

Bene, quest'esperienza non fa che confermare la mia diffidenza nei confronti degli esemplari della mia stessa specie, anzi mi dipinge un sorriso amaro sulla faccia difronte a tanta vigliaccheria. La tinta alla fine la ragazzina l'ha eseguita in maniera impeccabile ed, ovviamente, io non ho potuto fare a meno di commentare l'accaduto con il titolare: al momento del conto gli ho detto:

-" Complimenti alla ragazza, nonostante la giovinezza, è stata più brava delle colleghe!" e rivolta alla ragazzina, ho continuato: " L'altra volta volevano farmi uscire con il manto di un leopardo e non era nemmeno carnevale, ecco perché la tinta me l'hai fatta tu e devo dire che sei stata bravissima!"

Toh, adesso vedetevela fra di voi. Io dal parrucchiere non ci vado mai, e faccio bene.

Quando succedono cose come questa che mi rendono molto nervosa uno dei modi migliori per sfogarmi è impastare, ecco perché una volta tornata a casa ho preparato questi:

CANTUCCI SALATI ALLE ARACHIDI:



  • 500 g di farina 00;
  • 150 g di burro;
  • 2 uova intere;
  • 1 cucchiaino di lievito in polvere;
  • 150 g di arachidi salate;
  • 1 cucchiaino di sale;
  • 1 cucchiaino di zucchero. 

Lavorate il burro con lo zucchero e il sale, di modo da ammorbidirlo; unite le uova intere ed incorporatele completamente al composto. Unite la farina setacciata con il lievito e le arachidi tritate grossolanamente solo con l'aiuto del coltello e amalgamate bene il tutto impastando energicamente con le mani. Con l'impasto create dei filoncini e schiacciatene la superficie, poi infornateli a 200 gradi per circa 20 minuti; sfornateli, lasciateli raffreddare e tagliateli a fette ricavando tanti cantucci fino ad esaurimento dell'impasto. Rimettete i cantucci in forno e lasciateli dorare a 170 gradi per almeno 10 minuti, regolatevi in base al colore: dorato non bruciato.

sabato 22 febbraio 2014

La ricetta della felicità

"Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca o colore dei vestiti,
chi non rischia,
chi non parla a chi non conosce.
Lentamente muore chi evita una passione,
chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni;
emozioni che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti agli errori ed ai sentimenti!
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza,
chi rinuncia ad inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia e pace in sé stesso.
Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare,
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di
gran lunga
maggiore
del semplice fatto di respirare!
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di
una splendida
felicità."

E' proprio partendo dagli ingredienti più semplici che si preparano le ricette migliori.

TEGLIA DI FINOCCHI AL FORNO CON FIOCCHI DI LATTE E ARANCIA:

Ingredienti:
  • finocchi;
  • fiocchi di latte;
  • arance;
  • olio evo;
  • sale;
  • pepe nero.
Preparazione: mondate i finocchi e tagliateli a fettine sottili,; lasciatele cuocere in acqua bollente per cinque minuti, di modo che si ammorbidiscano. Nel frattempo, spremente le arance, eliminate i semi e prelevatene la polpa; in una ciotola mescolate la polpa al succo, aggiungete un filo d'olio, un pizzico di sale e uno di pepe ed emulsionate bene il tutto. Rivestite una teglia con carta da forno, e cominciate ad alternare gli strati procedendo in questa maniera: formate uno strato spesso ed omogeneo di finocchi, ricopritelo con i fiocchi di latte ed irrorate il tutto con la salsa all'arancia; procedete così fino all'esaurimento di tutti gli ingredienti.
Cuocete in forno preriscaldato a 180 gradi per almeno 40 minuti e servite ben caldo condendo con un filo d'olio evo a crudo.



Con questa ricetta partecipo al contest Smiling Diet di Justhermione.


http://justhermione.wordpress.com/2014/02/07/contest-di-justhermione-smiling-diet-a-dieta-col-sorriso

venerdì 14 febbraio 2014

Le focaccine di Giunone

Oggi in tutto il mondo è festeggiata la ricorrenza della morte di San Valentino; martire morto per mano di un soldato che lo decapitò sulla Flaminia, viene considerato il santo protettore degli innamorati, nonostante non siano certe le motivazioni. Pare che il Santo, dopo un arresto, fu affidato ad una famiglia benestante di Roma; la leggenda narra che questi avessero una figlia gravemente malata che guarì miracolosamente per intercessione del Santo ternano. Valentino in punto di morte, dedicò le sue ultime parole alla giovane, concludendo il suo pensiero con le parole"...il tuo Valentino", da cui prende origine l'espressione anglofona " be my Valentine".

Un'altra storia popolare narra che Valentino passeggiando, si imbattè in una coppia in lite ai quali porse una rosa e li invitò a riconciliarsi richiamando su di loro uno stormo di piccioni tubanti; da qui l'espressione "piccioncini".

In pochi però sanno che questa ricorrenza fu imposta dall'impero romano in sostituzione di una festività pagana che, in un'epoca di forte evangelizzazione, doveva essere abolita. In quel tempo infatti la grande espansione del cattolicesimo portò alla graduale demolizione dei culti pagani che, sino ad allora, erano profondamente radicati nel folklore dei popoli romani. Per far sì che l'imposizione di una nuova religione fosse accettata dal volgo, l'impero decise di sostituire le ricorrenze pagane con le ricorrenze cristiane mantenendo invariate le date di modo da scongiurare una vera e propria insurrezione popolare.

Forse l'esempio più noto è quello della festa del Natale che si sovrappose alle celebrazioni pagane dei saturnali che si svolgevano dal 17 al  23 dicembre e alla festa del Dies Natalis Solis Invicti che ricorreva proprio il giorno del 25 dicembre. Stessa cosa successe con il giorno di San Valentino, che andò a sostituire una festa molto cara ai pagani, quella dei Lupercalia da cui probabilmente trassero ispirazione anche per il significato della ricorrenza.

Ovviamente i romani non condividevano il senso del pudore tipico del cattolicesimo, di conseguenza l'idea di amore era molto più carnale e terrena, meno infarcita delle ipocrisie tipiche del perbenismo ecclesiastico che alla sostanza preferiva la forma. Nel pragmatismo romano, la congiunzione romantica tra un uomo e una donna aveva come scopo ultimo la riproduzione ed è per questo che tra il 13 e il 17 febbraio venivano svolti dei riti, conosciuti come Lupercalia appunto, volti a favorire la fertilità delle donne e delle terre.

La leggenda popolare legata a queste celebrazioni, narra attraverso le parole di Ovidio che un lungo periodo di infertilità colpì le donne che abitavano i territori dell'Urbe durante il regno di Romolo; per questo uomini e donne si recarono ai piedi del colle Esquilino per pregare Giunone, madre di tutti gli dei, affinché la dea ponesse fine a questo supplizio. La dea affidò la sua risposta al vento e, attraverso il mormorio delle fronde degli alberi, ordinò ai supplicanti di sacrificare un capro e di percuotere con le pelli dello stesso la schiena delle donne affinché queste ritrovassero la perduta fertilità.

Nei secoli successivi questa ricorrenza veniva celebrata da giovani sacerdoti che, dopo aver sacrificato l'ovino, correvano nudi intorno al colle Palatino frustando con le pelli dell'animale ogni donna incontrassero durante il loro cammino; naturalmente prima di questa fatica fisica, i festeggiamenti prevedevano un lauto banchetto, durante il quale gli officianti si abbuffavano di carni, vino e dolci per caricarsi dell'energia necessaria ad affrontare la corsa sfiancante.

Tornando ai giorni nostri,  possiamo notare come le origini pagane della festa siano riscontrabili nel materialismo dei festeggiamenti moderni; durante questa giornata infatti, è uso comune offrire dei doni alla persona amata e celebrare la ricorrenza consumando dei pasti elaborati ed abbondanti proprio come i nostri avi offrivano il capro alla dea e banchettavano in suo onore.
Sarà che non sono mai stata una persona particolarmente religiosa né tanto meno una donna romantica, ma questa visione del giorno di San Valentino come evoluzione antropologica degli antichi folklori me lo rende meno insopportabile e incomprensibile; mi piace pensare che tutti coloro che si affrettano a festeggiarlo lo facciano per un retaggio delle vecchie celebrazioni latina, piuttosto che fermarmi all'impressione cinica che mi mostra solo un abuso improprio della parola amore.

Sacrificare una capretta mi sembrava un po' troppo cruento, né mi è sembrata molto appropriata l'idea di correre nuda per le vie di Padova percuotendo le donne con la pelle del povero animale finendo poi la serata in galera, così ho deciso di preparare un dolce da offrire alla dea che richiudesse in sé alcuni elementi che rimandassero al paganesimo ma che esprimessero anche la mia personalissima interpretazione di questa ricorrenza.

Ho scelto degli ingredienti di origine vegetale perché la fertilità è soprattutto un concetto legato alla terra, madre di tutte le creature che popolano questo pianeta in un mio personalissimo omaggio alla madre di tutti gli dei che regalò a quelle donne l'illusione che la sua intercessione le avrebbe rese madri a sua volta, dando loro il privilegio di provare l'unico amore vero ed eterno.

FOCACCINE DI GIUNONE (Muffin alla vaniglia con farina di riso e latte di soia)


Ingredienti secchi:250 g di farina di riso, 140 g di zucchero, 1 bustina di lievito, 1 cucchiaino di bicarbonato.

Ingredienti umidi: 85 d di margarina, 2 uova, 200 ml di latte di soia, 1 stecca di vaniglia.

In una ciotola montate le uova con la margarina ammorbidita, prelevate l'interno della stecca di vaniglia e mescolatelo al latte di soia; poi unitelo al composto di uova amalgamandolo completamente. In una ciotola differente setacciate la farina con lo zucchero, il lievito, lo zucchero e il cucchiaino di bicarbonato. Unite gli ingredienti secchi a quelli umidi e mescolateli per il tempo necessario ad incorporarli completamente senza perderci troppo tempo, altrimenti i muffin potrebbero risultare un po' duri.
Cuoceteli in forno preriscaldato a 200 gradi per 15/20', fino a quando non saranno ricresciuti ed imbruniti in superficie.



Con questa ricetta partecipo al contest di "Letizia in cucina" in collaborazione con FIMora, " Un anno di colazione: i Muffin"






lunedì 10 febbraio 2014

I love Chuck

Affido il mio pensiero di oggi alle parole di uno degli artisti che stimo di più e lo faccio perché io non so davvero come dirlo ed oggi non ho poi tanta voglia di parlare.

"Non cercare sempre di aggiustare le cose. Quello da cui scappi non fa che rimanere con te più a lungo. Quando combatti qualcosa, non fai che renderla più forte. Non fare quello che vuoi. Fai quello che non vuoi. Fai quello che sei allenata a non volere. Il contrario della ricerca della felicità. Fai le cose che ti spaventano di più."


Per la prima volta, ispirata da un contest proposto da una "collega", ho deciso di postare su questo mio blog la ricetta di una bevanda da preparare in casa.

Frappè di latte di soia, banana e granella di nocciole.

Ingredienti:

  • 200 ml di latte di soia;
  • 1 banana;
  • 25 g di nocciole sgusciate;
  • zucchero grezzo di canna.


Versate il latte nel frullatore, aggiungete la banana sbucciata e tagliata a pezzi e le nocciole sgusciate; azionatelo e lasciate che frulli il tutto fino ad ottenere un composto omogeneo e cremoso. Versatelo in un bicchiere e decoratelo con dello zucchero grezzo di canna.




La raccolta a cui mi piacerebbe partecipare si chiama "Bollicine" del blog "Lamponi e Tulipani"








martedì 4 febbraio 2014

I lupi solitari e la torta di mele.

Mi perdonerete se il primo post di febbraio assumerà dei toni a dir poco polemici ma credo che sia doveroso mettere nero su bianco le riflessioni che torturano le mie meningi a seguito di una serie di esperienze personali che mi hanno portato a conclusioni di carattere universale riguardanti il genere umano o per lo meno la maggior parte dei rappresentanti del medesimo.
Ovviamente prendete queste mie parole al pari di opinioni arbitrariamente personali ma, anche se peccherò di presunzione nel farlo, sono convinta che molti di voi saranno d'accordo con quanto sto per asserire. 
L'umanità è costituita per la maggior parte da deficienti nell'accezione etimologica del termine: individui che che mancano di concretezza e vivono esistenze prive di significato all'insegna dell'ipocrisia e dell'ingratitudine; persone capaci di grandi parole ma deficienti di fatti al suffragio delle stesse, involucri più o meno piacenti vuoti di coerenza che si aggirano nel mondo come dispensatori di sentimenti fugaci e miseri che, data la loro immensa pochezza, si traducono in rapporti che una volta sfumato l'entusiasmo iniziale non lasciano dietro di essi nemmeno un flebile eco di risonanza. 
Ecco perché matura prepotentemente dentro di me la convinzione che il concetto scientificamente riconosciuto secondo cui l'essere umano sia un animale da branco è assolutamente valido nel caso dei suddetti esemplari della specie poiché essi sono caratterizzati da un'evoluzione emotiva e spirituale paragonabile a quella di un qualsiasi monogamo stagionale. Questo comportamento, tipico di alcuni volatili consiste nello scegliere un partner allo scopo riproduttivo con cui instaurano un rapporto che dura giusto il tempo necessario a raggiungere l'obiettivo; in queste specie entrambi i partner collaborano alla costruzione del nido, all'incubazione delle uova  e si occupano dei nuovi nati finché questi non sono pronti per lasciare il covo, allorché anche il legame di coppia si scinde ovviamente senza che nessuno dei due si ricordi dell'altro, tanto che nelle stagioni successive potrebbero tornare assieme senza essersi però riconosciuti. 
Lavorando per metafore gli esemplari umani a cui prima mi riferivo, sono capaci di dare ai rapporti che instaurano con individui della stessa specie l'importanza e il peso che gli danno questi uccelli; ci tengo a precisare che non mi sto riferendo solo ed esclusivamente ai rapporti di coppia di natura romantica ma estendo il paragone a tutte le tipologie di relazione che un essere umano può instaurare con un suo simile. 
Il "deficiente" quando vive rapporti emotivamente coinvolgenti con qualcun'altro tende a straparlare, a dargli un' importanza vitale, a conferire a questi un'aurea di eternità fin quando queste relazioni assolvono allo scopo che si è prefissato; una volta finita la "stagione" al "deficiente" di questi legami non rimane niente, anzi diventano scomodi, da cancellare e la controparte che prima sembrava essenziale alla sopravvivenza, cade nell'oblio per essere sostituita stagionalmente da un altro esemplare che soddisfi i bisogni momentanei.
Ecco perché credo che il concetto di "animale da branco" sia applicabile più facilmente a questa categoria di esseri umani, perché hanno costantemente bisogno di un riciclo di simili che solo un'abbondanza numerica può garantire.
Posso quindi dire con estrema fierezza che mi ostinerò per questo a vivere ai margini di questa organizzazione che chiamiamo società orgogliosa di essere diversa, emarginata e strana e che non rinuncerò mai a cercare tra tutti gli esemplari della mia specie chi, come me, è nato lupo solitario.

Tornando alle ricette, la cui condivisione è lo scopo primario del mio blog, voglio proporvi la ricetta della mia personalissima versione della torta di mele che, com'era facilmente prevedibile è diversa dalla più comune, arricchita da un sfumatura acre e da un profumo fresco, quello del limone.

TORTA DI MELE E MARMELLATA DI LIMONI: 

  • 2 mele golden;
  • 1 limone;
  • 200 g di farina 00,
  • 120 g di zucchero semolato;
  • 150 g di marmellata di limoni (possibilmente fatta in casa, prima o poi vi dirò come la faccio io);
  • 1 bustina di lievito vanigliato;
  • 50 g di margarina; 
  • 200 ml di latte.

Sbucciate le mele e tagliatele in fettine non troppo sottili, mettetele in una ciotola ed irroratele con il succo del limone precedentemente spremuto e filtrato dai semi; lavorate le uova con lo zucchero montandole con la frusta elettrica fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungete la marmellata e mescolatela incorporandola completamente al composto; aggiungete la farina setacciata con il lievito e montate il tutto fino ad eliminare tutti i grumi, aiutandovi unendo il latte a filo fino ad ottenere un impasto cremoso ed omogeneo. Imburrate ed infarinate una teglia, versate l'impasto e decoratene la superficie con le fettine di mela, poi infornate a 180 gradi per almeno 40 minuti. 


mercoledì 22 gennaio 2014

La difficoltà della semplicità.

Riflettevo ancora in merito alla corrispondenza metaforica che intercorre fra le tecniche di preparazione delle ricette e gli episodi della vita; cucina è vita dice qualcuno, ed io ne sono fermamente convinta.
Le ricette difficili sono quelle in cui profondiamo più impegno, quelle per cui siamo disposti a perdere ore per assicurarci la riuscita che, nella maggior parte dei casi, non sarà mai perfetta; ma è proprio questo che ci spinge a preferire piatti elaborati a piatti semplici: il fatto che possiamo permetterci di sbagliare, di non eseguire perfettamente la ricetta, di ricevere un complimento anche dinanzi ad un piatto mediocre: "Nonostante sia difficile, è buonissimo lo stesso", "La prossima volta verrà benissimo!", "Io non sarei nemmeno riuscita a cominciare!".
Cimentarci in imprese impossibili ci lascia un largo margine di errore tollerabile, da noi e dagli altri; in un certo qual modo ci sottrae dalla possibilità che qualcuno ci giudichi negativamente per ciò che stiamo facendo; un risultato mediocre di fronte ad azioni titaniche è pur sempre un risultato, ci fa sentire sicuri, unici, vincenti.
Le cose semplici invece, non lasciano scampo: chiunque potrebbe riuscirci e tutto sta nel farle al meglio. In quel caso l'errore non è contemplato, è visto come un fallimento irreparabile, come un qualcosa le cui conseguenze ci perseguiteranno per tutta la vita.
Ecco che si ha paura talmente tanto paura del fallimento che si evita di dire: "Scusa", "Ho sbagliato", "Voglio andarmene da qui", "Ti amo"; e se le conseguenze di queste semplicissime frasi fossero troppo vergognose per essere affrontate?
Prendere una posizione personale, essere onesti con sé stessi, sostenere le proprie idee, dire sempre la verità: concetti universalmente riconosciuti di cui tutti ci riempiamo la bocca, ma che nessuno, alla fine, concretizza davvero; si dà per scontato che tutti lo facciano, perché è semplice, ed è proprio per questo che azioni umane e banali come queste diventano innaturali.
Quindi meglio combattere guerre ideologiche, mettersi la maschera delle persone infallibili, degli impavidi che ambiscono ai risultati più difficili ma che rifuggono come la peste le azioni semplici, spontanee che ci renderebbero più facile anche il raggiungimento degli obiettivi che sembrano impossibili.
Metafora culinaria di questo personalissimo concetto sono le uova in camicia: nonostante l'apparente semplicità è sempre stato un piatto che mi ha messo in difficoltà. "Che ci vuole?" sono solita ripetermi, "Basta che butti un uovo direttamente nell'acqua bollente ed è fatta!", ma poi un tremore della mano, l'acqua non abbastanza calda ed ecco che l'uovo più che in camicia somiglia ad una stracciatella alla romana.
Cucinare un perfetto uovo in camicia credo mi sarà sempre impossibile come trovare il coraggio di esprimere i miei sentimenti: nonostante le apparenze, è un'impresa titanica al pari di una ricetta d'autore attenersi alle scelte prese solo con la testa. Ecco che per me l'errore diventa contemplabile, accettabile, insindacabile.

UOVA IN CAMICIA